Dakar 2020: La partecipazione di Jacopo Cerutti

Preparazione e prime tappe

Lo spostamento in Arabia Saudita della manifestazione del fuoristrada più ambita dell’anno ha lasciato tutti un po’ perplessi, Jacopo compreso. Da considerarsi le enormi differenze culturali, il rigido clima invernale e il fatto di dover restare in un solo paese.
Da Jeddah, cittadina in ampia espansione, si sono effettuati tutti i riti di pre-partenza: le verifiche tecnico-amministrative e l’organizzazione dell’intera avventura. Tutto è pronto per la prima tappa verso nord: una tappa veloce, navigata con tanti terreni diversi e una sabbia bianchissima. L’obiettivo di Jacopo era quello di rimanere nei 30 nelle prime tappe, così da partire il giorno seguente più avanti possibile per non mangiare la polvere dei piloti.

I giorni successivi e le prime difficoltà

Il giorno seguente, dopo un intoppo alla ruota posteriore per colpa della mousse scoppiata, Jacopo toglie la gomma e prosegue con il solo cerchio, concentrandosi per non rimanere intrappolato da qualche parte. Fortunatamente riesce ad arrivare a fine speciale.
Tra i Canyon della regione di Neom e Tabuk, che sono una riserva naturale, i giorni seguenti sono uno spettacolo. Il clima non aiuta e i piloti, navigando a quelle velocità su un range di escursione termica dai 3 gradi al mattino ai 15 gradi di giorno, hanno freddo. Jacopo, ripartito in 50° posizione per via del problema alla ruota, ci mette un po’ a recuperare posizioni. Eppure non si arrende e arriva come un fuso alla seconda parte della Dakar. La prima parte la ricorda invece con navigazione difficile, speciali veloci e panorami bellissimi.
Jacopo ha aspettato con ansia la seconda settimana per provare a rimontare. In questa occasione i tecnici di percorso avevano preannunciato tanta sabbia e soprattutto speciali più tecniche e faticose. La realtà è stata però ben diversa dalle aspettative.

Difficoltà dopo il tragico incidente

Dopo il tragico incidente di Paulo Goncalves, tutto prende una piega diversa. La situazione si fa chiara per tutti e il verdetto inevitabile ci viene dato all’arrivo della tappa, 80 km dopo. Trattenere le emozioni è impossibile e arriviamo al bivacco come zombie. Alla sera e per tutto il giorno seguente c’è un clima di gelo, tra piloti ci scambiamo cenni di saluto minimi e nessuno chiede come va. Paulo era un vero esempio di caparbietà e passione, simbolo del nostro sport. La classifica non la guarda nessuno, vorremmo tutti tornare a casa con il primo volo e dimenticare questa storia ma la Dakar va avanti e non resta che restarci attaccati come a un treno in corsa. Proprio per questo si rimonta in sella, con il pensiero rivolto a lui e con l’obiettivo di arrivare al traguardo.

Verso il traguardo

Rimaniamo un po’ delusi dalla seconda parte della gara a causa di terreni molto veloci, pericolosi e con note lunghissime da 30-40 km di rettilineo. Preferendo il tecnico al veloce, le occasioni di Jacopo per fare la differenza sono scarse. Il suo obiettivo diventa dunque arrivare al traguardo evitando errori tra dune tagliate e qualche pericolo non segnalato.
Durante l’undicesimo giorno di gara la tappa era talmente lunga che per alcuni piloti non bastava nemmeno la benzina. Smanettando così tanto ad alte velocità il rischio è quello di rimanere a secco, nonostante i serbatoi stracolmi di benzina. Tuttavia Jacopo riesce a raggiungere il refuelling grazie all’aiuto di un olandese che, per uno scambio di favore, lo ha accompagnato all’ultima tappa. La dakar è anche questo.
L’ultimo giorno è quasi un gioco. Una sola speciale da 170 km veloce e abbastanza navigata che porta i piloti all’arrivo finale di Riyhad. Jacopo finisce 15° di giornata e 22° nella generale.

Jacopo: “Non era quanto mi sarei aspettato ma è comunque una bella soddisfazione. Dopo tutto quello che abbiamo passato il risultato mi interessa meno del solito e salire sul podio è per tutti un grande sollievo più che una grande gioia come lo era stato nelle mie scorse partecipazioni. Ho visto posti incredibili, conosciuto una nuova cultura e visitato un nuovo Paese. Ho corso per centinaia di chilometri sia in canyon inesplorati che in mezzo al nulla più totale dell’Empty Quarter. E’ stata come sempre una fantastica avventura e per questo voglio ringraziare di cuore gli Sponsor che mi sono fedeli da anni e quelli nuovi che hanno creduto nel mio progetto, chi mi ha scritto ogni giorno per incitarmi e chi lo ha fatto ogni tanto ma col pensiero mi è sempre stato vicino, il mio Moto Club, la mia famiglia e i miei parenti, mio papà che come sempre mi ha accompagnato e si è fatto 5900km di macchina in mezzo al nulla pronto ad aiutarmi, la mia ragazza Betty per averle fatto perdere qualche anno di vita e che mi ha fatto anche da PR e ha gestito i miei Social per 15 giorni. Sono state due settimane impegnative, fatte di alti e bassi di umore che inevitabilmente ci hanno condizionati tutti e ci hanno fatto apprezzare sempre di più quanto siamo fortunati. E’ come finire in una lavatrice per 15 giorni, sembrano passati in un attimo ma al tempo stesso sembra di essere stato lontano da casa per due anni almeno.
Questa è la Dakar. Odi et amo, la ami o la odi. O entrambi. Severa, come sempre. Maestra di vita. Grazie a tutti!”

Nessun commento

Scrivi un Commento